Le promesse dell’iniziativa «Rispetto per i diritti di chi lavora!» sono totalmente irrealizzabili con i fuorvianti mezzi proposti.
Questo è ben chiaro a chiunque, carte alla mano, si chini sul testo e faccia i conti. Fin qui pazienza, a confrontarci con progetti altisonanti ma totalmente scollati dalla realtà sociale siamo ormai purtroppo abituati. Questa volta però si esagera. Presentata come una soluzione ai problemi del mercato del lavoro, in realtà l’iniziativa ne crea di nuovi e pure di molto gravi. Trasforma un sistema di controllo che oggi funziona grazie al partenariato sociale in un apparato statale ipertrofico e invasivo. Parte dalla falsa convinzione che il mercato del lavoro ticinese sia un Far West, dimenticando che i suoi problemi strutturali saranno risolvibili non con più controlli (ce ne sono già molti) ma con una politica industriale volta a traslare il sistema verso settori a maggior valore aggiunto, capaci di pagare salari migliori e di non cedere alle tentazioni di un eccessivo ricorso al frontalierato. L’iniziativa trascura il contenuto dei rapporti della Commissione tripartita, che proprio lo scorso 12 febbraio ha confermato come il controllo di 18 mila lavoratori in 4 mila aziende abbia portato ad un basso numero di infrazioni e a irregolarità che per lo più derivano da errori di calcolo. Si vuole imporre alle aziende la notifica di ogni contratto, ogni modifica e ogni cessazione, con un carico di lavoro spropositato. Per non parlare del costo per il Cantone: oltre 160 nuovi funzionari e più di 18 milioni di franchi l’anno. E tutto questo senza portare alcun beneficio reale ai lavoratori: l’iniziativa non aumenta i salari, non migliora le condizioni di lavoro e non risolve le disparità di genere. È quindi una proposta costosa, inefficace e dannosa per l’economia e la società ticinese. Come donna mi sia a questo punto consentito di porre l’accento su di un tema specifico: la parità di genere, che questa iniziativa afferma di voler promuovere, chiedendo di istituire una sezione specifica dell’Ispettorato cantonale. Ancora una volta un provvedimento inutile: la parità salariale è tutelata dalla Legge federale sulla parità dei sessi (LPar), che permette alle lavoratrici di far valere i propri diritti davanti a un giudice civile. Per contro, non rientra nelle competenze dell’Ispettorato del lavoro cantonale il quale non può comminare sanzioni se non viene rispettata, non può correggere eventuali disparità e non può imporre adeguamenti. Il dumping e la discriminazione di genere purtroppo esistono, lo sappiamo e li combattiamo. Decine di migliaia di imprese ticinesi sono in prima fila in questa battaglia con l’arma più potente, l’esempio. Si può fare di più? Sì, ma non con questa iniziativa, che è ingannevole e fuorviante. Rispedimola al mittente con un secco «no» l’8 marzo.
Cristina Maderni, deputata PLRT e vicepresidente Cc-Ti
