L’iniziativa estrema dell’MPS
L’8 marzo voteremo sull’iniziativa antidumping del movimento di estrema sinistra MPS. Ma con il dumping non c’entra nulla. Chiede che tutti i datori di lavoro notifichino i dati di tutti i nostri contratti di lavoro al momento della firma e pure della disdetta ad un nuovo e gigante ufficio cantonale. In un anno sono 80’000! E, attenzione, occorre notificare tutti gli oltre 220’000 contratti di lavoro in essere ad inizio di ogni anno. Per questo sono necessari almeno 160 nuovi funzionari. I partner sociali, che hanno un ruolo fondamentale nel controllo del mercato del lavoro insieme all’Ispettorato del lavoro, verrebbero esclusi.
I 160 nuovi funzionari non hanno alcun strumento per aumentare i salari in Ticino e lottare contro eventuali discriminazioni, che non abbiano già oggi l’Ispettorato cantonale del lavoro, la Commissione tripartita o il Servizio cantonale per le pari opportunità. Mettere a disposizione tutti i nostri dati e contratti di lavoro non migliora la condizione di chi lavora in Ticino. L’iniziativa non serve a nulla.
Svantaggi per tutti
Oltre 18 milioni per un mostro burocratico
Per il controllo degli almeno 300’000 contratti di lavoro ogni anno saranno necessari oltre 160 nuovi dipendenti del cantone per un costo di 18 milioni di franchi, a cui si aggiungono spese per la logistica e altri servizi. In una situazione di finanze pubbliche cantonali dissestate l’ultima cosa che servono sono nuovi costi che non generano alcun vantaggio.
Unica al mondo, pericolosa e mette a rischio posti di lavoro
La proposta di estrema sinistra crea un enorme sistema burocratico, imponendo a Stato e imprese costi e montagne di carta. Il sistema sproporzionato e privo di senso sarebbe unico a livello nazionale e internazionale. Questo disincentiva imprenditori dall’investire in Ticino e l’arrivo di nuove imprese. L’iniziativa mette a rischio posti di lavoro e benessere.
Il Cantone e lo Stato come “grande fratello”?
Accesso a tutti i dati personali, indirizzi, salari e durate di tutti i contratti di lavoro in Ticino. Il sistema proposto è contrario alla discrezione tipicamente svizzera e rende di fatto lo Stato un “Grande fratello” con accesso a molte informazioni, di cui per altro non può farsene nulla.
Il mercato del lavoro in Ticino: già oggi il più controllato in Svizzera
Già oggi, tra uffici cantonali, commissioni paritetiche, Associazioni interprofessionali di controllo e SUVA, le unità ispettive sono più di 50 – raddoppiati negli ultimi 10 anni – ossia una ogni 4’933 posti di lavoro (!). Dunque più di quanto chiede l’iniziativa tramite i soli uffici cantonali.
Ogni anno vengono controllati in Ticino tra il 25% e il 30% dei datori di lavoro nei settori non coperti da CCL, dati fino a 10 volte superiori agli obiettivi nazionali della SECO che issano il nostro cantone in cima a tutti gli altri. Le infrazioni al salario minimo riguardavano nel 2024 l’1,6% dei lavoratori controllati.
Oltre ad essere inutile, l’iniziativa costa tanti soldi ai cittadini, rappresenta un’intrusione nelle nostre vite private e nei nostri dati personali e mette a rischio posti di lavoro che in Ticino servono come il pane. Di questo sono convinti anche il Consiglio di Stato e la netta maggioranza del Gran Consiglio che si oppongono all’assurda proposta.
Il comitato contrario
Il comitato è copresieduto da:
Alessandro Speziali, presidente PLR Ticino
Fiorenzo Dadò, presidente Il Centro Ticino
Raide Bassi, deputata UDC Ticino
Gianmaria Frapolli, vicecoordinatore Lega dei Ticinesi
Andrea Gehri, imprenditore e presidente Cc-Ti
Nicoletta Casanova, imprenditrice e presidente AITI
Cristina Maderni, deputata PLR e vicepresidente della Cc-Ti
Sono contrari all’iniziativa:
